Home

GIARDINI

Partiti alle 7:23 da casa, Andrea ed io ci concediamo una passeggiata in traghetto lungo il Canal Grande fino ai Giardini.

Ho cominciato dal Padiglione della Spagna. “L’inadeguato” mi ha lasciato a desiderare, tranne per un piccolo particolare: un giovanotto, chissà forse uno dei cadaverici stagisti che si aggiravano per le esposizioni, seduto di fronte al portatile, descriveva ciò che gli stava accadendo intorno: le azioni degli ospiti all’interno dell’ambiente. Allora si leggeva attraverso la proiezione delle sue parole, “Un giovane riccioluto biondo si è fermato di fronte alle teche. Una ragazza girovaga nella stanza. Se ne va.” Et al.

Non male per niente. Peccato che non sia assolutamente menzionata nelle informazione che si aggirano nel web.

Padiglione belga. Quel furbo di Angel Vergara è partito da una buona idea: la traccia delle linee di immagini video che ci impressionano su un supporto trasparente ad esso sovrapposto. Ma il suo prodotto sono punti di colore sparsi sulla lastra di vetro temperato, sapientemente sovrapposta ad un’altra simile, per rinforzare l’effetto. Vergara, infatti, lascia solo un segno colorato per ogni immagine osservata, e non una linea riconoscibile. La mia opinione è che ci faccia un po’ troppo: va bene che il processo artistico sia ermetico, ma il godimento estetico non è forse universale? Risultato estetico: insignificante e apparentemente casuale.

Punto a favore: l’istallazione, che mostra l’artista a lavoro. Presentata molto bene: grandi pannelli su cui vengono proiettati diversi video in serie, su cui la mano di Vergara dipinge.

Entro nel padiglione successivo, senza nemmeno guardare di quale nazione si tratta. Ma è bastato dare un’occhiata a “Opera Aperta/Loose Work” ed ho esclamato senza nemmeno rendermene conto: “Questi sono nordici!”. Inutile dire il perché: legno, legno, legno. Era il padiglione dell’Olanda. L’impressione è quella di stare sotto un enorme letto a castello. Musica classica in sottofondo e una superficie specchiante al centro della struttura a soppalco. Tutto in spirito molto Ikea.

Con lo stesso spirito entriamo nel bellissimo padiglione di Sverre Fehn dei Paesi Nordici, quest’anno in gestione alla Svezia (e nelle prossime due edizioni a Finlandia e Norvegia). La grande installazione “Windows, Trees and Inbetween” di Andreas Eriksson mi regala dei bellissimi tono-su-tono di verdaccio, sulle tele appese alla parete in fondo al giardino artificiale dallo stile molto nipponico.

Incontro il padiglione israeliano con il suo One man’s floor is another man’s feeling”. Lo trovo banale. Un paio di video che descrivono la modificazione di oggetti o atti umani da parte della natura: gli scarponi che lentamente sprofondano nel ghiaccio e le parole sulla riva del mare che vengono dilavate dalle onde.

È il momento di riprendere il fiato. Chiedo un caffè e un succo di pompelmo e mi rendo conto che ho sbagliato bar. Ingannata dal design mondrianesco mi sono diretta senza esitazioni, per incappare nell’assenza di tutto ciò che può essere considerato commestibile (compreso il caffè) e dell’educazione di un personale esangue. E pensare che a pochi metri c’era una terrazzina provvista di gelati.

Riacquistate le forze (e preso un po’ di fresco) ci accorgiamo che il tempo stringe. È del resto praticamente impossibile fare il giro di tutti i padiglioni in un solo pomeriggio, ma lo sarebbe stato anche se fossimo entrati all’apertura.

Eppure quei 12 euro di biglietto per studenti valgono solamente ad una misera corsa contro il tempo, visto che la Biennale apre i battenti alle 10 del mattino e li richiude avaramente già alle 18.

Pertanto mi arrendo amaramente al fatto che non avrei potuto visitare tutti i padiglioni.

Varco la maestosa soglia del Palazzo delle Esposizioni con grandi aspettative: Bice Curiger è praticamente un mito per me.

L’ultimo articolo che ho letto a suo riguardo è stata la scorsa settimana a pagina 194 di “Velvet”, in cui parlava del suo stile d’abbigliamento. Così ho scoperto quant’è fashion Bice.

Dice: “ L’eleganza è una forma, un’economia che produce un risultato affascinante. La volgarità è voler strafare. Quindi l’eleganza ha una cifra di essenzialità, di naturalezza.”

Posso dire che l’unica opera che ha attirato la mia attenzione è stata quella che ho incontrato superando il varco protetto da una delle inquietanti gigantesse shermaniane: ”Who’s Afraid of Free Expression” (ribattezzata da me ed Andrea “Stanza del pongo” ) dell’anonimo Norma Jeane.

Talmente divertente che non abbiamo potuto resistere neanche noi. L’istallazione ha entusiasmato tutti, tranne le guardiane, che con non molta educazione (o padronanza della lingua?) hanno minacciato Andrea con un “It’s enough!”. Fortunatamente (per noi italiani) non siamo inglesi.

La nostra opera. Omino (artist: Eleonora) su altalena (originario festone, divenuto cappio, su cui il mio omino ha trovato posto a sedere, trasformandola in un’altalena ; artist: Andrea)

Proseguendo salgo in un ammezzato che ospita il para-padiglione di Monika Sosnowska,“Antechamber”. E’ un interno di casa piccolo borghese decorato da carta da parati, concepito a forma di stella.

Tanto ben riuscito che non può che ricordare le scenografie espressioniste di Fritz Lang.

L’opera d’arte invisibile per eccellenza è stata l’istallazione di piccioni di Cattelan. Vengo da Firenze: avere i piccioni sopra la testa anche in ambienti chiusi (come le nostre numerose chiese) non è inquietante.

Aumentiamo il passo ed usciamo dal padiglione centrale e ci dirigiamo a quello degli Stati Uniti. Qui trovo un’opera davvero divertente: “Algorythm”, un classico organo a canne che nasconde sul retro un vero e proprio bancomat per cui ad ogni funzione e ai tasti premuti produceva un suono o una melodia la cui casuale varietà è impostata tonalmente dal compositore Jonathan Bailey.

Una sorpresa “Speech matters” del padiglione della Danimarca, a partire dall’ingresso in cui si può vedere “Ear to the Sounds of Our History” di Sharon Hayes. Un’istallazione costituita da le copertine di LP.

Poco più avanti un’altra bella istallazione, “Assembly”, opera di Agency, che ragiona sulla domanda: “Come possono gli oggetti essere acquisiti dalle pratiche artistiche?”.

Inoltre il padiglione possiede un sito, www.danish-pavilion.org, davvero fatto bene, dove ho potuto vedere alcune opere dello stesso padiglione da cui (ahimé) non sono riuscita a passare, oltre a tutte le informazioni utili.

Crystal of Resistance”, opera di Thomas Hirschhorn del padiglione svizzero mi ha lasciato un po’ sconcertata. In realtà la spiegazione dell’artista non mi entusiasma, molto di più quella che credevo aver intuito: ovvero il cristallo come fonte, fondamento e simbolo di vita, e pertanto anche come più profonda struttura degli enti, dal quale nascono e al quale tornano dopo la morte.

La sensazione è quella di trovarsi praticamente nel magazzino di un negozio di cianfrusaglie. Pile di oggetti che sembrano possano crollarti addosso da un momento all’altro, sommergendoti. La sensazione di affogare tra la quantità di roba a loro volta soffocata dal nastro adesivo. Direi inquietanti e a tratti disgustosa (come di fronte alla struttura cristallina costituita da cotton fioc e ai manichini femminili squartati).

Un salto veloce anche al padiglione del Venzuela, dove da una parte abbiamo i colori e le fattezze accattivanti e molto sudamericane di Francisco Bassim con la sua grande teoria di comic stickers che mischia sacro con profano, dall’altra, invece, la delicatezza dei vortici in carta di cotone di “Solaris”, opera di Yoshi.

L’ultimo padiglione in cui riesco letteralmente a correre è la Russia, dove, in realtà, ho trovato ben poco, tranne due ragazze dalla carnagione cerulea che, tristemente sedute ad una scrivania, ci guardavano assenti.

Ore 17:53. In giro non c’è più nessuno, e la voce metallica che si diffonde dai megafoni ci invita a recarci all’uscita. Per un momento sembra di trovarsi in un campo di concentramento.

Non posso che andarmene lamentandomi e gesticolando scocciata: “Mi serve più tempo! Roba da incivili!”.

Ma tanto non comando io. Al mattino dopo è rimandata la visita all’Arsenale.

ARSENALE

Il tempo di fare il check-out, prendere l’autobus che ci avrebbe portato a Piazza Roma e scarpinare fino all’Arsenale (magari concederci anche una colazione veloce), facciamo già le due del pomeriggio.

Ma nella canicola si para tutto un altro spettacolo. L’Arsenale è bellissimo, e fra me e me faccio una premessa a questa giornata: in un ambiente così, qualsiasi cosa potrebbe considerarsi una bella opera d’arte.

Purtroppo non è stato così.

Ma partiamo dall’inizio.

Per prima abbiamo incontrato il para-padiglione di Song Dong, che ricostruisce la casa dei genitori.

Molto suggestivo per due motivi: la disposizione delle ante degli armadi e degli specchi ti invitano ad attraversarli per entrare in questa dimensione parallela in cui ti isoli, inseguendo la tua immagine che appare e scompare; è suggestivo a prescindere: è cinese, quindi per noi molto esotico.

Proseguendo con i cinesi mi sono trovata di fronte al bel “Welcome to the birdhead world again at Venice” e “Song Ci Poetry”, del duo Birdhead (Song Tao e Ji Weiyu). Pareti ad angolo raccolgono semplici foto del quotidiano, che regalano quel decadimento e quella sottile tristezza che sto cercando in altri fotografi, ma che probabilmente ben pochi colgono.

Bellissimo è l’ambiente creato da Yuang Gong. Un odore metallico molto forte di enormi contenitori di ferro arrugginito e il suono delle goccie d’acqua che raggiungono terra ci accompagnano in tutto il percorso, fino all’uscita. E allora ricordo con nostalgia la mostra che vidi da bambina di Kounellis, al Pecci (Prato). Gli stessi rumori e lo stesso odore acre; c’erano anche i pesciolini rossi quella volta. Mi piacque molto già allora.

Altra opera ricca di poeticità è “File Room” di Dayanita Singh. Una serie di foto dell’interno di archivi. Gli indiani hanno una predilizione per queste cose: non dimentichiamo che la formulazione più celebre dell’indicizzazione biblioteconomica è opera di uno di loro.

Ottimo il risultato estetico dell’iraniano Navid Nuur con “Hivewise”. Così bello che mi ricorda senza sforzo gli igloo di Merz.

Nella stessa sala ci sono altre due opere degni di nota: un grosso pannello lungo tutta la parete in cartone, molto pop art romana, ed un piccolo collage di un antenna parabolica ed il suo satellite: una chicca di raffinatezza. Peccato che le notizie su queste due opere scarseggino, ed io, sciagurata, mi sono dimenticata i nomi degli artisti (ma non di fotografarle!).

Bello anche lo “Studio dell’artista” di Rosemary Trockel. Anche qui un equilibrato collage dai toni miti.

La sala dedicata a Monica Bonvicini è bellissima. Talmente bella che la sue scale passano in secondo piano (anche terzo). L’unico particolare dell’opera che è riuscito a colpirmi durante la mia beatitudine in quel luogo magnifico è stato l’uso delle luci natalizie: bell’accostamento. Ma ripeto: l’ambientazione aiutava molto.

Divertita dalla citazione della colorata struttura di depurazione (“Plan B”) di Ayşe Erkmen al vecchio screensaver di Gates, mi rendo conto che anche oggi il tempo stringe.

Siamo sempre di corsa, talmente tanto che saltiamo il pranzo per poter vedere il padiglione italiano. Se perdiamo anche questo treno per Bologna tocca pagarci l’Eurostar.

Quindi ci dirigiamo letteralmente coi paraocchi al padiglione italiano, per goderci lo spettacolo.

Delusione. È tutto brutto, brutto, brutto.

Semplicemente un grande magazzino dove sono accatastate, impilate ed ammucchiate centinaia di opere, delle più disparate… e disperanti. È impressionante la capacità di aver potuto raccogliere  tante opere così orribili, o semplicemente insulse, tutte insieme.

Una domanda mi sorge spontanea: forse in Italia abbiamo troppi intellettuali?

Varcata la soglia si sente echeggiare tra i migliaia di quadri “Capra! Capra…”. Non credo alle mie orecchie e vado a vedere: un video mostra i momenti più “alti” del nostro showman.

Non basta. Appena più in alto il suo nome a lettere mastodontiche si ripete sulle pareti.

Ovviamente non manca almeno una sua immagine: un quadro abominevole, accanto ad altrettanto abominevole ritratto del premier.

Per chiudere in bellezza il “Museo della Mafia”. In bellezza per dire: è  insulso (ma soprattutto, che c’entra – se non con lui ?).

Comincio a chiedermi dove sia finita.

La sua autocelebrazione.

Quando in Italia cominciamo a imparare che niente è più di tutti, ma tutto è sempre di qualcuno, questo padiglione sembra semplicemente di sua proprietà.

Non serve fare molta attenzione per rendersi conto che in nessun altro è così. Nemmeno l’amica Bice ha rivendicato con tanto agguerrito spirito la sua “Illuminazioni”.

Forse lo showman si è sentito messo da parte dopo aver fallito il programma televisivo?

Non so da dove cominciare. Allora mi aggiro furtiva (e un po’ sconvolta) per cercare un senso al mio percorso… e “ l’ago nel pagliaio”, ovvero: qualcosa di bello.

A parte cose-già-viste, come le enormi scritte al neon sospese che ci danno il benvenuto, ed altre, come “exit”, sparse per le sale; una riproduzione barocca della penisola italica di Fabro, opera di Pesce (“L’Italia in croce”), che ci aggiunge un’ambientazione ecclesiastica con panche e acquasantiera, et al.

Forse i nostri artisti non hanno più nuove idee? O idee proprie? Oppure (e non vorrei che fosse così) non ricordano le lezioni della storia dell’arte degli ultimi cinquant’anni?

E se poi anche buone idee come il “Maggiolino” di Bartolini (proprio perché ricorda “Incidente” di Warhol e quello del mio amatissimo Schifano) vengono realizzate con una pessima tecnica, cosa rimane da dire?

Le opere che ricordo con piacere le conto sulle dita della mano:  letteralmente quattro.

Due di queste son state fotografate dal  fidato obiettivo di Andrea.

Nuovamente rammaricata non sono riuscita a recuperare i nomi degli artisti. Colpa mia. Ma nemmeno il web mi aiuta: un sito come quello danese noi italiani ce lo scordiamo.

Innanzitutto i colori! Finalmente un po’ di luce fra queste opere frutto di menti depresse e anime rabbuiate. E poi un po’ di ironia: prendiamoci in giro e giochiamo con l’arte!

E allora viva quello spiritoso fumetto di cui la madre di Andrea vuole far ingrandire ed appendere in casa l’immagine fotografica. E viva le teste di animali colorate, che quasi cercano di fuggire  dagli  immensi muri bianchi, come se questi fossero la striscia di un cartone animato per bambini. Viva la poetica delicata e mite di un quadretto che descrive il percorso del sole attraverso le ombre, che mi ricorda con nostalgia la Poesia visiva del fiorentino Gruppo 70.

E ultimo, ma non per importanza, l’amato (ma non dal curatore italiano) Kounellis con il suogrande telero di lenzuoli bianchi chiodati, che non sbaglia mai.

Posso dire molto serenamente che ho il dubbio che possa aver visto tutto. Ma non me ne rammarico troppo.

Una corsa contro il tempo, poi, per raggiungere la stazione. Dopo un cambio di scarpe tattico (abbandono i miei sandali di legno per indossare i comodi mocassini in cuoio) voliamo letteralmente fino alla Ferrovia, inseguendo le indicazioni che ci si parano davanti e scartando i lenti turisti abbacinati dal sole, lungo il centro cittadino.

Voto 10 + per l’organizzazione turistica di Venezia: non ci siamo mai persi, grazie sia alle indicazioni mute che a quelle degli stessi veneziani, sempre molto disponibili. E questo per noi non è per niente poco.

Il sogno finisce insieme al mio fiato giunti a Bologna, dove torno alla cruda realtà quando la coincidenza parte senza di noi al binario 2 Est (siamo arrivati al 10, meno di cinque minuti prima), e al bar pensano che l’American Express sia una pietanza straniera.

Considerazioni finali della Biennale:

Male organizzata, salvo per il guardaroba gratuito che mi ha salvato dal peso della mia valigetta a mano.

Piuttosto deludente in generale.

L’unico rimpianto: non aver potuto vedere il padiglione tedesco. Magari ci tornerò appositamente in autunno.

Voto positivo  a Venezuela, Danimarca e Cina, che stupisce per la sua varietà e gli spazi ben calcolati. e soprattutto all’ambientazione dell’Arsenale. Non vorrei essere ripetitiva, anzi sì: davvero meraviglioso!!

Voto molto negativo all’Italia ( e soprattutto al suo curatore, l’esimio Sgarbi). Davvero imbarazzante.

L’opera più bella: non era un’opera. Semplice ed efficace, ambientazione perfetta (corridoio per le Corderie), esteticamente molto piacevole. Spessa lastra di vetro rettangolare, circa 1 m x 60 cm, impolverata, con un’apertura rettangolare anch’essa, che permetteva di vedere vecchi materiali di lavoro, legni e ferro arrugginito. Davvero bella: direi Arte povera.

Annunci

3 thoughts on “Maratona Biennale di Venezia 2011

  1. Complimenti per le descrizioni… mi è sembrato anche a me di essere per un po’ alla Biennale…
    Hai fatto bene a non fare sconti a nessuno (men che meno alle Divinità nostrane..)… la vera arte è quella che sa dare emozioni… la routine e il pretenzioso non sono né abiti da indossare (neppure in un luogo come questo) né tantomeno alibi per non sciorinare la scialba e talvolta sciatta verità dei nostri tempi….
    Brava Eleonora… apertis verbis!

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...