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Il tempo ha deciso di farsi freddo: è iniziato finalmente ottobre.

Sul divano rannicchiata sotto uno spiraglio di luce calda che penetra dalle finestre a doppi vetri, trascorre la mia mattina di lunedì.  Decine di fazzolettini Coop sparsi intorno a me e i calzini di spugna ai piedi.

Giovedì sera, terminata la mia autonomia di studio, ho deciso di dare un’occhiata alla nuova mostra “Declining Democracy” alla CCC Strozzina, a Palazzo Strozzi (23 settembre 2011 – 22 gennaio 2012). http://www.strozzina.org

Alle 18:30 ci sarebbe stata la Lecture “Ai Weiwei. Il blog”, di Stefano Chiodi.

Studenti di Storia dell’arte seduti gli uni sugli altri, perlopiù costretti a seguire l’iniziativa dalla prospettiva di qualche punto bonus al prossimo esame.

Stefano Chiodi: un personaggio estremamente antipatico. Uno spocchioso uomo d’arte che “sta sul pezzo”. Stile minimal in pelle total black. Taglio all’ultimo grido. Seduto in prima fila alla James Dean.

Percepisco ogni suo gesto irrequieto: me ne sto accovacciata nell’angolo accanto alle proiezioni delle città cinesi e del faccione sorridente di Weiwei. Troppo vicino al professore perché le mie compagne d’università mi lascino commentare le sue parole.

Sono rapita da Chiodi per circa due ore. Sotto quella scorza di presuntuosa fashion icon, stanno le parole del futuro dell’arte: il web.

Sono talmente appassionata a quei discorsi sulla politica urbanistica cinese, il blog e tutto il resto, che mi rendo conto cosa farò nella mia vita. Tornata a casa il giorno dopo comincio a informarmi. Cerco articoli su Google.co.uk. Tento di affrancarmi dalla limitata ricerca dei motori italiani, che lasciano ben poco a questo tipo di informazioni.

Siccome io ora non voglio parlare di Ai Weiwei, ma solo di quello che ho visto giovedì sera, vi lascio alcuni link riguardo al dissidente artista cinese.

Su questo argomento tanto tornerò presto.

http://www.aiweiwei.com

en.wikipedia.org/wiki/Ai_Weiwei

 

Noi torniamo a “Declining Democracy”.

All’ingresso la classica signorina gentile che informa dell’iniziativa non-so-bene-che mentre strappa il biglietto. Non sono una fan della partecipazione su due piedi, quindi le sorrido e la ignoro. Credo ci fosse abituata perché non ha fatto alcuna smorfia di disprezzo.

Nella prima sala sono appese grandi stampe su stoffa di Kilpper (tedesco), derivate da sue incisioni di immagini tratte dai media: lo sbarco di migranti a Lampedusa, un’aggressione neo-nazista a Berlino e un omaggio ai foto-collage di Heartfield, rappresentato come aggressore di Berlusconi.

Immagini accattivanti e colori fluo: niente che non potrei trovare nei reparti di Stefan.


Poi c’è un video “A Lighthouse for Lampedusa” in cui documenta momenti della sua permanenza nell’isola siciliana, attraverso riprese degli sbarchi et al. Di fatto il documentario nello Speciale del Tg.

Alla parete c’è “A Lighthouse for Lampedusa (Mapping Diary)”. Un grosso disegno abbozzato che ho dovuto spiegare cosa rappresentasse al mio compagno di visita, arrivandoci (senza leggere il suo titolo) per pura  analogia al tema generale della sala. Insulso.

Con passo veloce entro nella sala successiva. Indovina chi incontro? Lo svizzero Thomas Hirschhorn. L’avevo lasciato, esterrefatta e perplessa, alla Biennale veneziana con il suo “Crystal of Resistance”, e lo ritrovo qui con “Where Do I Stand? What Do I Want?”. Un quaderno di collage, schizzi e scarabocchi fatti sopra alle foto di storici dissidenti politici. Il quaderno di matematica di un annoiato liceale.

Il caos è sempre quello. L’impatto visivo è come al solito immediato e caratteristico: bei colori, composizioni equilibrate e accattivanti. La sensazione che mi lascia è sempre la stessa: di disagio e inquietudine, limite al disgusto verso l’organicità dei suoi lavori. E questo non è per niente poco.

Ma quello che come ad agosto non mi convince è il contenuto. Peccato che abbia la presunzione di spiegarli:  i suoi risultati, pieni di vita  ed impattanti, si bastano da soli .

Altra sala altra corsa: Roger Cremers (Paesi Bassi) e il suo “Reenactment”. Una parete raccoglie le foto di una delle tante messe in scena di battaglie della Seconda Guerra Mondiale che si organizzano anche dalle mie parti, sugli Appennini toscani. Tra l’altro conosco dei ragazzi che vi partecipano: sarà forse per questo, o perché non c’è stata altra rielaborazione artistica oltre che la foto, a non comunicarmi nulla?

Tocca poi a “Garden of Error and Decay” dei tedeschi Michael Bielicky e Kamila B. Richter.

Complicato, interattivo, socialnetworkiano, cartoonico. Avete mai visto “Le tenebrose avventure di Billy e Mandy”, ultimamente dato su Boing, o il più semplice ma violento “Gli Happy Tree Friends”, su Mtv? La grafica e l’impressione è la stessa.

Idea carina e divertente, forse appunto un po’ troppo cervellotica, ma mi piace.

Attraverso delle tende pesanti ed entro in uno stanzino molto trafficato da coppie di ragazze: si passa da lì per andare al bagno.

È qui che vedo l’opera più bella della mostra:Ser y Durar”, del collettivo spagnolo Democracia.

Non sono solita soffermarmi sui video, per un banale pregiudizio legato alla quantità di tempo impiegato nel vederli: li lascio sempre per ultimi, e a quel punto sono di corsa e non li guardo proprio.

Ma giovedì avevo tutto il tempo che volevo: una benedizione.

Una videoinstallazione a 3 canali, in cui dei giovani traceurs (tracciatori) vestiti in rosso fanno parkour, all’interno del cimitero civile di Madrid.

Per chi non sappia cosa sia il parkour, lo spiego in breve: una disciplina metropolitana nata in Francia agli inizi degli anni ’80, da addestramenti militari. Lo scopo è quello di percorrere la città il più veloce possibile. Inevitabilmente diventa qualcosa di spettacolare, e coloro che lo praticano dei ginnasti in mezzo a casermoni grigi: avete presente il videogioco  “Prince of Persian”?

L’aspetto del simbolo, l’idea di libertà e movimento è chiara. Ma quello che è il bello è il ritmo del video. Ha un gran ritmo e in questo caso i tre canali sono perfetti.

Io sono una patita degli spot pubblicitari: se vi dico la pubblicità della Nike o della Puma, o di qualsiasi altra marca sportiva come l’Adidas, voi riuscite benissimo a intuire il ritmo del video. Praticamente uno di quei belli spot girato dall’inizio alla fine, solo con qualche attimo di respiro. Bello.

Il nostro Cesare Pietroiusti presenta invece una piccola aula di scuola ed una lavagna dove sono disegnate delle mappe concettuali. Scuola? Mappa concettuale? Politica? Democrazia? Già sentito. Credo che lui porti un progetto partecipativo, “SCUOLA QUADRI , Workshop transdisciplinare di formazione politica a cura di Cesare Pietroiusti”.  Che nomone: non mi soffermo per saperne di più.

“When Faith Moves Mountains” di Francis Alÿs è spettacolare, è vero. Il significato simbolico è facile da intuire etc, ma non basta immaginare gli agricoltori delle pianure russe prima dell’arrivo della macchina? Migliaia di lavoratori, zappa alle mani, che partivano tutti in fila alle luci dell’alba, e non si fermavano che al calar del sole. Questa volta, poi, per un fine molto più concreto: mangiare.

“Physical Bar Charts” è un progetto elaborato da Lucy Kimbell in collaborazione con il sociologo Andrew Barry. Otto tubi in plastica trasparente contenenti spille colorate, una per ogni azione che abbiamo svolto il giorno prima per poter essere considerati cittadini. Al contrario dei miei colleghi visitatori non ne sono rimasta così entusiasta, ma la spilletta rosa “I used public services”, me la sono presa, senza sapere che il giorno dopo sarei incappata nello sciopero generale dei mezzi e per questo avrei preso pioggia, freddo e l’influenza che mi mette ora ko.

Il gruppo italiano Buuuuuuuuu ha occupato due pareti del corridoio che portano alla sala centrale: su di una hanno affisso una lavagna dove poter scrivere cosa vorresti nella società ideale; sull’altra due schermi, attraverso i quali poter lasciare un video mentre “sorridi contro Berlusconi”. Niente di più politicamente banale, ed esteticamente insulso.

Infine mi spiace dire che per motivi di tempo non ho potuto vedere le istallazioni di Thomas Feuerstein e Juan Manuel Echavarria, e per motivi logistici (ovvero la presenza della conferenza) non era attiva l’istallazione video del polacco Artur Zmijewski.

Conclusioni

Salvo Democracia e in parte  Hirschhorn, e la coppia Bielicky-Richter. Il resto era banale e di moda facile, oggi come oggi.

Penso che l’arte sia molto difficile – e spesso superficiale – da usare  come canale di comunicazione per dire altro. Perde completamente, se non in mano a chi davvero lo sa fare – e sono pochi -, la sua valenza estetica, per diventare semplicemente un articolo di giornale, un motivo di censimento o una lavagna scolastica alla fine delle lezioni.

Non dimentichiamo la valenza estetica, il semplice motivo decorativo, l’impatto grafico. E’ quello che distingue l’opera artistica dall’iniziativa di un qualsiasi gruppo di ragazzi arrabbiati col mondo che si annoia nel garage del padre.

L’arte è per pochi, e la Strozzina dovrebbe guardare meno alle pagine di descrizione che gli artisti fanno con presunta filosofia delle proprie opere, e più al risultato estetico delle stesse.

In mancanza di fotocamera alla mano, le foto che vedete le ho “rubate” al sito ufficiale http://www.strozzina.org, sono state scattate  da Martino Margheri.

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4 thoughts on ““Declining Democracy” at CCC Strozzina – Quello che non si dice

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