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Ieri sera ero a cena a casa Spam. Hanno da poco cambiato indirizzo: riescono a trovare appartamenti sempre più belli. Sono degli ottimi cuochi e delle meticolose massaie: i lati nascosti degli street artist.

Poi fra le chiacchiere, un bicchiere di vino… poi il caffè, e il thè ai frutti rossi della Twining, siamo crollati alle due e mezza.

Colpisce davvero il contrasto tra i bravi ragazzi che sono, e l’inquietudine (se non peggio) che comunicano i loro lavori ai passanti: questo vi sarà più chiaro nella seconda parte del post – la “Non-mostra”.

Ma facciamo un passo indietro e torniamo a sabato mattina.

 

“NON-CONFERENZA”

Trovare la Brac è particolarmente difficile se non ti ci ha portato nessuno prima. È un piccolo ingresso in via Vagellai, in fondo a Santa Croce, una parallela del Lungarno Diaz. Io per fortuna sapevo esattamente dove fosse: mi sono spesso persa dei dintorni.

Immaginavo di vederli tutti belli seduti uno accanto all’altro, nascosti dalle maschere di gomma da maiale e da coniglio, come nelle rapine di CSI.

Invece, dentro, qualche ragazzo curvo con le mani in tasca ed il viso che affonda dalla sciarpa nera. Gli squittii di coetanee sovreccitate e un po’ di movimento: siamo ancora in fase di preparazione e ognuno cerca di occuparsi come meglio può.

Intanto do un’occhiata intorno, e con la scusa di aspettare l’inizio della “Non-conferenza” prendo il primo espresso della giornata e conosco Samanta, una giovane professoressa che si è occupata dell’ultima esposizione di Clet al Parco dei Renai. Lupus in fabula: tempo dieci minuti ci raggiunge anche lui.

La Brac è un bel localino. Verde, libri e profumo di caffè. Peccato solo per due cose: per la fresca brezza ottembrina che si gode all’interno e per il fatto che non servano carne : viva il cliché del pallido intellettuale naif e antispecista che vive in contatto con la natura (sfortunatamente anche d’inverno). Se potessi dare un consiglio, suggerirei l’aggiunta dei funghi a gas – e della tagliata di tonno.

Ma il caffè era buono sebbene la macchina fosse stata appena accesa: ci tornerò di sicuro.

Prima che possa analizzare la composizione identitaria del pubblico veniamo invitati a prendere posto. Dal momento che sono un’inguaribile prima della classe il mio è inevitabilmente prima-fila-al-centro.

Di fronte a me tre sedie. Una per Clet, una per Samanta, e in mezzo ai due per Spam.

Eletto ormai a rappresentante ufficiale della street art fiorentina (“Ha dato coraggio a molti”, dice la Monco – Samanta), come Pippo Baudo a Sanremo a Clet spetta la prima parola. “Da un grande potere derivano grandi responsabilità”, mi dissero una volta. In realtà lui può dire ben poco, perché c’è ben poco da dire: il resto delle parole spese sono state pressoché superflue per un pubblico che già conosceva il lavoro dei ragazzi.

Ma mentre i primi due sono vivi e vegeti – chissà se vegetaliani (non vegetariani, attenzione)? Da ora in poi me lo domanderò di fronte a chiunque sappia leggere e scrivere – il terzo si mostra a noi sottoforma di clip video sul fighissimo desktop Apple. E se nel 1917 ci fosse stato il pc, sicuramente anche a Fatima l’apparizione sarebbe avvenuta così.

Sono due.

Gli Spam non hanno ancora compreso quale sia la loro vera attitudine: sono dei grafici fighi con uno spiccato talento da registi e tanto spirito d’iniziativa. La strada dello scafato artista di strada non è la loro, il discorso è un altro: sono esponenti di un nuovo movimento con Clet, identificabile esclusivamente con la realtà di Firenze, che si sviluppa nelle antiche vie di una città con la pesante eredità della storia artistica di un intero paese.

È per questo che le parole chiave dei due sono salvaguardia del patrimonio artistico-ambientale e non-invasività degli interventi. Viaggiamo pertanto all’opposto del motivo per cui è nata la street art: la violenta reazione invasiva ad uno stato di degradazione, tanto dell’ambiente quanto del sistema sociale.

Buon ritmo, bella musica, immagini semplici e look curato: meno amatoriali del filmino delle vacanze all’Isola di Ponza, ma dal risultato estetico abbastanza consapevole da renderlo interessante. Il passo è relativamente breve tra i loro clip e Democracia esposto alla Strozzina.

E nel parlare, uno degli Spam mi ha fatto anche qualche rivelazione su progetti futuri che non sarebbero troppo lontani da ciò che ho detto finora.

Nel complesso la “Non-conferenza” è stata una piacevole mattina passata in compagnia. Niente di più.

La situazione era paradossale: il Non-compleanno di Carroll, in cui tutto della “Non-mostra” è segreto. È segreta la data, il luogo, perfino alcune opere… e per giunta l’artista, che pertanto non risponde alle domande, ma fa solo affermazioni, attraverso i suoi “video-messaggi”. A me ricorda qualcuno, che con l’arte non c’entra nulla – non me ne vogliano i miei cari Spam.

Allora il titolo dell’evento risulta molto azzeccato: non-conferenza perché non dice niente che non sapevamo già e non aggiunge niente a quello che volevamo sentire.

Sarebbe stata più efficacie dopo la “Non-mostra”.

Ad ogni modo confermo la mia prima impressione su questi ragazzi: peccato che le loro facce pulite siano celate dall’anonimato che io lascerei ai tipi trucidi e sudaticci.

“NON-MOSTRA”

Alle dieci circa del mattino sto trascinando Andrea verso piazza santa Trinita: sono alla ricerca di Chiasso de’ Borgherini, dove Spam ha allestito durante la notte la “Non-mostra”. L’idea finalmente di vederla mi tira su il morale, dopo che dalle cinque e venti dell’alba non mi sono occupata che di lottare per i miei diritti alla segreteria studentesca di San Gallo.

Quel vicolo l’ha disegnato con simpatica sintesi fumettistica Stubbs nel ’49, e si trova sul Lungarno Diaz, vicino a via de’Tornabuoni.

Ma è piuttosto nascosto a chi passeggia sul Lungarno: io ci ho girato un po’ intorno, giungendoci infine attraverso la piccola piazza del Limbo, sulla quale si affaccia la parrocchia di san Biagio a Petriolo, quella dei Ss. Apostoli e l’hotel Berchielli.

Questa volta Andrea non era munito di fotocamera, sicché ho dovuto improvvisare: ho impugnato il mio tamarrissimo netbook bianco-nero dal quale non mi separo mai, e con qualche equilibrismo ho usato la webcam.

È stata risparmiata solo la volta, e a questo giro sono riusciti ad appiccicare al muro non solo i loro manifesti, ma anche lo scheletro dello schermo di un vecchio televisore, da cui strabordano “Cervelli in scatola”. Meglio del 3D.

Ieri sera tra l’altro mi hanno detto che è stato già distrutto: i rischi delle “non-mostre”.

Diverse opere inedite, e a quanto pare 193 pezzi in tutto – che ovviamente non ho contato io.

Le meduse che non hanno pubblicato in occasione del referendum sul nucleare. L‘albero con televisori al posto delle foglie – era stata pensata come opera interattiva, ma probabilmente è mancato il suggerimento al pubblico, per cui anch’io mi sono ritrovata un po’ interdetta sul momento. I cervelli-spermatozoi e i cervelli-in-scatola che ho menzionato prima. E poi quelle più note, scorse nei vicoli del centro, come “ci vuole misseri-cordia” (quella per cui mi sono incuriosita per la prima volta al gruppo) o in altre città, come il “non calpestare la tua dignità” a Bologna.

Ma l’effetto estetico (eccetto per la “fecondazione del televisore”) – a dire il vero semplicistico e un po’ caotico – non è ciò che mi ha interessato di più. Al contrario la reazione del pubblico inconsapevole mi ha trattenuto sotto quella volta fino alle una passate.

Perlopiù sono stati passanti con la spesa del supermercato tra le mani, tra i quarantacinque e i settanta. Tutti tranne un verosimile pittore tosco-calabrese – che ho sapientemente ripreso, ma che per ora non sono riuscita a caricare –, hanno espresso il proprio disaccordo e un vero e proprio disgusto per l’intervento di questo presunto artista dalla mente distorta, plausibilmente – testuali parole- un serial killer.

Probabilmente un ragazzo che sta chiedendo di essere salvato. Un parassita della società che deturpa un luogo di storia (il piscioso vicolo semibuio di Chiasso de’ Borgherini). Un personaggio che deve essere fermato prima che faccia di peggio.

Io cerco di trattenere il riso e mi faccio seria. Giudizi capitali e qualche foto di turisti nordici a passeggio.

Dopo non aver compreso il significato della domanda fattami “Secondo lei, che è una donna, tutta questa roba che senso ha?” (io che sono una donna, cosa?), sento dire dal tipo distinto con la pancia e il completo blu: “Tutti i dementi vengono a Firenze!”. E nel dirlo strappa una delle meduse post-atomiche sulla parete che dà sul Lungarno.

Poi l’assonnato portiere del Berchielli, che fa avanti e indietro fumando una sigaretta, e il parroco di san Biagio. “Questo se è qui, allora è proprietà della diocesi! Dovrei far pagare il biglietto… tre euro a persona!”, fa, “Ho i muri da riempire dentro, quasi quasi li faccio uguali!”. Pare il più divertito del gruppo.

Un tizio coi baffi e l’aria di chi non ha niente da fare fino all’ora di pranzo: sembra saperla molto lunga. “Guarda che macello!”. Dice che per il suo quarto d’ora di celebrità l’artista poteva dare una martellata al David: sarebbe stato lo stesso.

Si trova d’accordo con la signora dall’accento americano che sopraggiunge poco dopo: l’artista è un disadattato che versa “nel dolore e nell’alienazione”. Queste sue opere sono brutte perché “Il bello è il positivo, è la carezza.”, e questo è tutto il contrario.

Non è fiorentino perché non comprende il bisogno di salvaguardare i suoi edifici, e inoltre non ha studiato storia dell’arte. “E‘ probabilmente di una grande metropoli, forse New York o Bombay, o forse di Ancona.”

Molte di queste affermazioni mi sono oscure: come quella di paragonare un indiano di Bombay ad un anconetano.

Alla fine la signora se ne va perché non sopporta più il peso dei grossi sacchetti e Franco, Andrea ed io rimaniamo soli, ma il discorso non si ferma.

Poi comincio ad avere fame, faccio un cenno al mio accompagnatore e salutiamo Franco: sono le una e ci dirigiamo al Mc Donald’s per pranzare da veri giovani.

I ragazzi potranno essere contenti: in questi giorni costringono ad alzare gli occhi verso quelle anonime pareti anche a chi in quella strada ci cammina tutti i giorni, e suscitano sorprendenti interpretazioni, che se non altro mi hanno sollevato il morale dopo una mattinata immersa nella burocrazia universitaria.

Per saperne di più http://guerrillaspam.blogspot.com/p/altro_24.html

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9 thoughts on “GUERRILLA SPAM: a Firenze è nata la Street art EDUCATA?

  1. Più che un articolo sull’evento non mostra e non conferenza mi sembra un bel momento di esaltazione di un ego eccessivamente smisurato, il tutto condito da alcune esternazioni fuoriluogo su aspetti che interessano poco se paragonati al resto del lavoro dei ragazzi.
    Forse dovremmo ricordarci che una delle virtù del giornalista dovrebbe essere l’obiettività l’imparzialità e la coscienza critica.

  2. Una cosa i propositi ufficiali o anti-ufficiali, una cosa gli effetti reali e contestuali: anche per la spam-art.. la vita è ironica e auto-ironica: la merda alleva il mondo e lascia ai diamanti l’onere della morte eterna. E anche il giornalista può essere una petite peste… 🙂

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