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Uno cerca di sedare il bisogno di scrivere. Si autocensura perché ritiene non ci sia abbastanza da dire, oggi. E poi va a finire che si ritrova con l’Argan aperto sul letto disfatto, e il thè troppo freddo per essere bevuto, abbandonato nella tazza sulla sedia di paglia di fianco.

Va a finire che ti senti in colpa perché non hai detto abbastanza. E va a finire che credi di avere troppe cose da fare per occuparti di te.

E invece non è così. Tutte le scuse del mondo sono buone per ritenerti troppo mediocre per ascoltarti. E per leggerti.

Insonne notte invernale

Questa volta non parlerò di una mostra. Non dirò di quanto faceva caldo, né in che modo ho superato il viaggio. Oggi scrivo tutt’altro.

Qualche pomeriggio fa sono andata a trovare una mia amica per un caffè. Vive sola da un paio di mesi. Studia medicina da tre anni e lavora da altrettanto tempo come cameriera in una pizzeria.

Forse è stato il primo freddo, o forse la sessione invernale. Fatto sta che ci siamo confessate: entrambe proviamo una disperata incertezza.

E poi, dopo il caffè, l’incertezza mi è rimasta addosso. Come una coperta bagnata. Me la sono trascinata dietro, fredda e umidiccia, fino alla sera stessa. E l’ho fatta aleggiare anche sopra una sfortunata – perché si è imbattuta in me proprio quel giorno – amica di mia sorella. E le parole mi uscivano dalla bocca, quasi come se volessi davvero dire come stessi a quella ragazza che mi guardava incuriosita ed imbarazzata da sotto la frangia bionda.

Allora ci sono due modi per scrollarti di dosso quella sensazione sgradevole: puoi rifugiarti in una sicurezza, o puoi scivolare in una sensazione ancora peggiore.

Per questa volta ho scelto la prima.

E se vi dicessi cosa ho fatto probabilmente ridereste.

Un giorno un mio coetaneo mi disse che l’incertezza è bella a vent’anni. Io credo che non dovremmo preoccuparci così, a vent’anni.

C’è chi non lo fa. Chi, a ventuno anni come me, studia – ancora – ed ha il sorriso ingenuo.

Chi non ci pensa al futuro prossimo, come un agnostico. O chi crede di pensarci, come una ragazzina che a settembre inizierà a frequentare il liceo scientifico, piuttosto che l’artistico.

E poi c’è chi si veste per uscire, e si fotografa mentre si cinge il punto vita con le mani per mostrare che se non è sessanta centimetri, ci si avvicina molto.

Chi si rifugia nei vestiti della mamma di quando aveva la nostra età, ed esce dall’armadio sicuro come se si fosse fatto abbracciare ed accarezzare i capelli dalla sua voce che sussurra “Va tutto bene, non pensarci.”.

I vecchi vestiti allora diventano un tentativo di vincere il tempo, incorporandolo e ordinandolo di nuovo in quegli oggetti; appropriandoci non solo delle cose, ma anche della memoria e dell’esperienza di esse. Cercando di fare nostre memorie storiche ben definite – o almeno così come ci raccontano – e punti di riferimento che cerchiamo disperatamente per orientarci ogni giorno.

Si torna al punto di prima, anzi: al primo punto, la sicurezza in cui  rifugiarsi.

Ma il problema non cambia. Non possiamo avere vent’anni e ascoltare i telegiornali che ci dicono che non potremo comprarci un’auto a rate per i prossimi altri vent’anni, e penzolare all’università come delle fashion victim a spese della mamma.

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