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Lo spettacolo delle 20:30 al cinema Flora, in piazza Dalmazia.

Due sere prima, lo sfortunato incontro. Siamo andati all’Adriano (vicino a piazza Leopoldo) a vedere “Emotivi anonimi”. Film medio, sebbene di evidente produzione francese, quindi un poco meglio.

Una dei gestori, tentata dall’omettere che esistesse una qualsiasi tipo di riduzione sul biglietto intero il mercoledì sera, mi ha richiesto – e controllato con uguale zelo – addirittura il documento d’identità, che – non era difficile leggerle negli occhi -sperava non avessi con me. E poi con altrettanto disgusto e disapprovazione ci ha dovuto vendere i biglietti alla modica cifra di 5,50 euro a testa. Probabile che si fosse sentita derubata – forse tanto tempo fa della tolleranza verso il genere umano.

Senza parlare della qualità della pellicola (in prima visione) e della musica da discotecaro-anni-duemila durante la pausa del primo tempo.

Così il Flora ci è apparso la scelta migliore per la volta seguente: più vicino a casa e, forse, più accogliente.

Niente di più sbagliato. Al botteghino un’acidissima sbiascicatrice di chewingum ci fa i due biglietti senza batter ciglio alla nostra solita domanda “C’è qualche riduzione per gli studenti sotto i ventisei anni? Fidaty Card (quella dell’Esselunga per intenderci)? Tesserino giornalisti?”. Ogni volta che lo chiediamo sembra di fare elemosina.

Ad ogni modo, ci guardiamo un po’ perplessi e sganciamo quegli 8 euro a testa.

E poi c’è il degno compare che strappa i biglietti all’ingresso della sala A, e manco ci guarda in faccia. La gente deve essergli proprio allergica.

Ci dirigiamo al bar per prendere un caffè. Scherziamo, il bar è chiuso: bancone sbarrato e serrande abbassate. Niente caffè, tanto il film sta per iniziare.

Il film si apre col tedesco Michael Fassbender (Brandon) seduto in metropolitana, mentre fissa maliziosamente una rossa seduta poco più in là, che non sembra disdegnare le sue attenzioni. Poi si passa in casa sua.

Le prime scene sono rapide, la fotografia impeccabile. Si capisce già tutto.Si cerca di mettere in luce il disagio e l’angoscia del protagonista, fino all’arrivo della morbida e bambineggiante sorella Sissy. Sarà il suo personaggio a salvare il seguito pressoché monotono della trama.
A McQueen piace dilatare alcune scene fino all’estremo. Ma non può andare sempre bene.La prima è la scena in cui Sissy canterà “New York” in uno di quei locali yankee all’ultimo piano che fanno tanto chic. Qui Carey Mulligan è bravissima. L’ipnotico schiudersi delle labbra rosse  nel pronunciare poche lente sillabe e l’impercettibile roteare dello sguardo da una parte e dall’altra, che si fa sempre più malinconico, non fanno realizzare che è una di quelle canzoni trite e ritrite.
La seconda è il jogging notturno del protagonista, che scappa dal suo appartamento per non sentire i gemiti della sorella che si è concessa dopo troppo poco al capo di lui, nonché complice dei rimorchi serali – e seriali – di colleghe un po’ sbronze in tailleur grigio.
La terza è decisamente uno dei motivi per cui considero di aver sciupato 8 euro: il sesso a tre. Lui e le altre due, ovviamente una mora e una bionda, ovviamente un’asiatica e una probabile ragazza dell’est europeo, ovviamente due prostitute pagate dalla sua ossessione.
Mentre Mc Queen vuole mettere a nudo la fragilità umana di Brandon, viene fuori una scena  pesante: risultato di un’eccessiva lunghezza, sommata ad una compiaciuta minuzia descrittiva del rapporto pornografico. Quando bastavano le sole inquadrature del volto per ritrarre l’urlo di disperata dipendenza e solitudine.

Da questo momento in poi il film rallenta molto. Le scene si assomigliano tutte, e si perde il filo narrativo a beneficio di una serie di situazioni volutamente impressionanti, senza soluzione di continuità.

E’ un film sicuramente creato da uomini, in cui le donne – belle donne – sono continuamente disponibili ed accondiscendenti. L’improvviso e senza alcun motivo apparente “Ti piace lo zucchero..” della bella Nicole Beharie, ne è un esempio.

Non condanno il nucleo narrativo e nemmeno le intenzioni aggressive. Tuttavia da dopo la canzone di “New York”  (circa a un terzo del film, se non ricordo male – visto che al Flora a quanto pare non esiste più la pausa: penso che non ne vedano il motivo, il bar è chiuso) si compiace talmente della sua

carica estetizzante, da diventare eccessivo e tamarro. Perdendo il senso – introspettivo delle primissime scene.

Allora le immagini sono quelle di qualche omicidio sessuale di CSI prima dell’arrivo dei nostri, con la saturazione della fotografia a mille e i blu tipici delle fredde periferie della solitudine.

Il film si chiude con una scena di altissima banalità emozionale:  Fassbender piange sotto la pioggia, in mezzo ad uno stradone d’asfalto deserto, mentre la sorella è nel letto d’ospedale.

Conclusioni:
Michael Fassbender oltre ad essere molto bello, riesce a cambiare faccia ed evolvere la sua espressività dall’inizio alla fine della storia.

Peccato. Il film, con un inizio interessante ed esteticamente accattivante, si rende volgare per la banalità della forma, scena dopo scena, in una parabola discendente. Il risultato è certamente quello – nell’intenzione del regista – di scioccare, ma a conti fatti allo stesso modo di una puntata di “Wild”.

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7 thoughts on ““Shame” (film): se non ti piace sei uno sfigato

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